LA GIOIA DEL PADRE

LUCA 15,11-32 (La gioia del Padre)

Parabola del figlio prodigo, del figlio perduto e ritrovato, del Padre buono / misericordioso… Ognuno di questi titoli dice qualcosa di molto vero. Tuttavia, tenendo conto del contesto del capitolo 15 di Luca e confermato dalle parole di papa Francesco, la intitolerei così: parabola della gioia del Padre: «(…) La “mistica popolare” accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa. La Buona Notizia è la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli. Così sboccia la gioia nel Buon Pastore che incontra la pecora perduta e la riporta nel suo ovile. (…)» (Evangelii Gaudium, n 237; sottolineatura mia).

Luogo e tempo

Luogo della narrazione: siamo all’interno del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, cioè verso la croce che subirà a causa della sua scandalosa predicazione della buona notizia che Dio è Padre, ed è misericordioso. In particolare, in questo capitolo 15, Gesù racconta in parabole la misericordia del Padre. Non si dice esattamente dove, ma si identifica chi è presente: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola…» (15,1-4). Peccatori e pubblicani si avvicinano per ascoltarlo. Farisei e scribi mormorano senza avvicinarsi, anzi tenendo una distanza per non contaminarsi con i peccatori. Gesù parla a entrambi, ma entrambi restano in qualche modo distanti da lui; i farisei e gli scribi, però, di più. E’ ovvio che ai primi risuona una cosa, ai secondi un’altra, pur ricevendo tutti lo stesso discorso. La posizione che assumiamo rispetto a Gesù decide come risuona per noi la sua parola. Sorprendentemente i più vicini a Gesù non sono quelli più religiosi.

Luogo del racconto parabolico: una casa, un Padre, due figli. Il più giovane parte per un paese lontano dove cade in rovina. Poi torna, e nella casa del Padre si fa festa… Tutto ruota attorno alla «casa del Padre» e a come ci si vive.

Azione

Le prime due parabole, assai simili nella struttura, parlano di una pecora prima perduta e poi ritrovata, di una moneta prima perduta e poi ritrovata. Raccontano il gran lavoro di colui / colei che si mette alla ricerca (fatica superiore al beneficio che ne può venire in termini strettamente economici). E infine della gioia «esagerata», comunicata ad amici e vicini, per il ritrovamento. L’accento cade sulla gioia: è quella che viene suscitata in cielo per la conversione di un peccatore. In cielo, cioè nella «casa del Padre», c’è gioia per la conversione. I giusti non fanno gioire il cielo? Sono già in qualche modo «di casa». Essi piuttosto gioiscono insieme a Dio e ai suoi angeli davanti alla conversione dei peccatori, al ritrovamento di chi era perduto. Oppure no? E se non gioiscono vivono davvero i sentimenti di Dio? Questa è la sfida. Una sfida al nostro senso della giustizia. Una sfida alla nostra capacità di misericordia, che richiede un cammino perché non è facile. Lo schema narrativo che ripete due volte il paradosso e lo stupore (o lo scandalo), prepara l’approdo alla nostra parabola che mette a nudo la questione e la sua difficoltà: c’è una fatica di questa gioia e una divina «stranezza» con la quale familiarizzare se si vuole essere capaci di onorare una gratuità assolutamente non facile, cioè quella di Dio. Ma come è possibile familiarizzare con qualcosa che ci sfugge da tutte le parti? L’unica strada è quella di sperimentare e comprendere che tutti, «giusti» e peccatori, siamo miseri, e per questo tutti siamo destinatari di misericordia da parte del Signore. Altrimenti è impossibile.

Il figlio più giovane e il Padre buono

Secondo la consuetudine allora vigente il figlio maggiore aveva diritto ai due terzi del patrimonio paterno. Il figlio minore a un terzo. Non era raro che un figlio minore chiedesse in anticipo la sua parte, specie se doveva emigrare per motivi di lavoro o di altra natura. Non sembra questo però il caso del figlio minore. Non è pressato da una necessità. Chiedendo la propria parte di eredità al Padre, comunque, tanto più se non esiste un bisogno impellente, è come farlo morire anzitempo. In ogni caso il figlio minore rinuncia a pretendere altro in futuro: avanzare una simile richiesta comportava la scelta di una autonomia definitiva.

Questo figlio vuole solo allontanarsi. La casa del Padre gli sta stretta. Vuole vivere la vita che non ha potuto vivere finora, pensando ovviamente che sia migliore. Sorprendentemente il Padre lo lascia andare senza obiezioni. Stare con lui non è un obbligo. Né vuole condizionare la libertà del figlio. O si sta con lui per amore, oppure egli non trattiene. In ogni momento te ne puoi andare e non ti lascerà andare a mani vuote. Anche il fratello lo lascia andare, tanto più che il testo dice che il Padre divise tra loro le sue sostanze. Per lui, anzi, questa partenza evita un problema futuro. Come ha vissuto questa partenza il Padre? Lo intuiremo quando vedremo come riaccoglie il figlio «perduto», dopo aver atteso ogni giorno, ogni momento, il suo ritorno.

Lontano dalla casa del Padre il figlio minore sperimenta il degrado. Il testo fa vivere al lettore lo spavento per una vita che crolla senza possibilità di fermare la corsa verso l’abiezione. Leggi e ti senti come su una ripida discesa senza freni. Il giovane sperimenta il bisogno, deve accettare di umiliarsi mettendosi a «servire» – nella casa di suo Padre ci sono anche servi, ma soprattutto «salariati» -, e a servire un pagano, che per di più lo manda a pascolare animali immondi come i maiali. Qui regredisce allo stato animale, e anzi si vede preferito ai porci. Patisce la mancanza di amore: nessuno ha attenzioni per lui e per i suoi bisogni. E perciò patisce ingiustizia: attende che il cibo gli venga dato, ma nessuno si occupa di lui. E’ disperatamente solo. Insomma, sperimenta un’esistenza che rappresenta l’esatto contrario di ciò che avveniva nella casa del Padre.

La fame, che all’inizio lo aveva costretto a cercare lavoro, ora lo spinge a una contro-migrazione, un contro-esodo simile a quello di Noemi e Rut da Moab a Israele. Comincia così il suo viaggio di ritorno. Prima verso se stesso e subito dopo verso la casa del Padre. Riconosce che là anche un salariato sta bene (quanto più doveva star bene un figlio!) e medita come ottenere dal Padre almeno la concessione di essere assunto come lavoratore.

Ammette, o forse solo pensa di dire, che ha peccato contro il cielo e contro suo Padre. E che per questo non può più far valere / ha perso la dignità di figlio. Il peccato è quello di aver pensato che stare con suo Padre fosse una condanna, una sottrazione di vita, mentre invece viveva in pienezza. E questo peccato grida al cielo, perché l’onore da rendere ai genitori consiste nell’onorare la propria origine, la vita. Chi non onora la propria origine con gratitudine pensa che la vita sia una fregatura e così inevitabilmente sospetta di chi gliel’ha data: dei genitori, certo, ma ultimamente di Dio stesso. Questo è il punto: che immagine ci siamo fatti di Dio Padre? Qui sta la radice di ogni peccato (cf Gen 2-3).

Pensa di chiedere di essere ripreso come salariato. Spera che suo Padre, seppure giustamente arrabbiato con lui, sarà soddisfatto della sua rinuncia ad essere figlio e avrà almeno pietà per il suo bisogno di una sopravvivenza appena degna di uomo. Ma come si vede non esce da una considerazione prevalentemente «economica» della relazione con il Padre!

L’atto decisivo è quello di partire e di tornare verso casa, lasciandosi alle spalle ogni inutile orgoglio. Del resto, quando è in gioco la vita… Mentre è ancora lontano, cioè ben distante da casa, il Padre «lo vide, si commosse, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Questo cumulo di verbi è impressionate. E’ impressionante che il Padre lo stesse aspettando. Che vedendolo da lontano anticipi il figlio rinunciando a qualsiasi rappresaglia, fosse pure quella di aspettare che egli venga a bussare. E magari che un servo lo accolga e vada ad avvertire il padrone lasciandolo in attesa davanti alla porta. Al contrario, esce lui sulla strada e gli abbrevia la pena di un venire incontro umiliante e probabilmente temuto.

Il figlio ripete la sua consapevolezza di aver perduto la sua dignità. Ma non fa cenno al fatto che potrebbe fare il garzone. Ritiene di non poter chiedere neppure quello? Il Padre non gliene lascia il tempo? In effetti, sul punto della rinuncia alla dignità di figlio il Padre taglia il discorso del figlio. Cancella la distanza e senza parole né calcolo restituisce al figlio la sua dignità, ai suoi occhi paterni mai perduta. Parla del figlio alla terza persona, imponendolo ai servi suoi interlocutori nell’oggettività del suo essere figlio del padrone e li coinvolge nella gioia doverosa davanti a una rinascita che il figlio comincia con il suo ritorno, ma che è il Padre a portare a compimento al di là delle attese del figlio, dei servi e di noi lettori.

Sorprende la mancanza di un cenno sui sentimenti del figlio riaccolto. Si è pentito davvero? Ha provato gratitudine? La parabola non insiste su questo. Le interessa la misericordia e la gioia del Padre (la festa) e, come vedremo più avanti, la reazione del figlio maggiore. La gioia del Padre è dovuta al ritorno alla vita di questo figlio indegno. Era morto, perduto, ed è ritornato a vivere, è stato ritrovato. Allontanatosi dall’amore si era allontanato dalla vita; ora è di nuovo vivo. Questo al Padre basta. Ed è felice. A questo punto festeggiano. Il Padre, il figlio ritrovato e anche i servi. Nessuno però ha pensato di andare a chiamare il figlio maggiore impegnato nel lavoro. E il lettore si rabbuia. Questo Padre non ha forse due figli? Perché si dimentica tanto clamorosamente del primo, che oltretutto è al lavoro nelle sue proprietà, e pensa solo a quello ritrovato? E’ forse perché per questo Padre ogni figlio è prezioso come un figlio unico?

Il figlio maggiore

Il figlio maggiore sta facendo il suo dovere. Torna dal lavoro e sente che c’è qualcosa di inusuale: si fa festa nella casa. Anche lui in qualche modo è lontano da casa, sia pure per un nobile motivo. Anche lui sta ritornando. Ma qui si segnala un aspetto di estraneità: egli non entra nella casa, ma si fa dire da un servo cosa succede. E’ tornato «tuo fratello», si sente rispondere. Già dal servo il figlio maggiore è richiamato al suo legame con il figlio minore. E con il Padre. La relazione del servo circa l’accaduto – anche senza pensare necessariamente a una certa malizia – è per altro tendenziosa: pone subito l’attenzione sull’uccisione del vitello più prezioso e la lega al fatto che il figlio minore è tornato sano e salvo (quando meritava ben altro!). La reazione è inevitabile e, sembra, anche giusta: «Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo Padre allora uscì a supplicarlo…».

Noi simpatizziamo per il fratello maggiore, per il «torto» che egli sembra subire in questa vicenda. Noi siamo i fratelli maggiori. Noi siamo i giusti. Noi siamo qui, adesso, a occuparci delle cose di Dio. Non siamo certo peccatori che si avvicinano per la prima volta a Gesù! Noi siamo i veri destinatari della parabola. I peccatori sono soprattutto quelli che dovremo andare a cercare, o che arriveranno, e che ci evangelizzeranno con la loro umile e grata gioia per un dono inatteso…

Esplode la rabbia del figlio maggiore, una rabbia che ricorda quella di Giona, o dei lavoratori della prima ora (Mt 20,1-16). E’ il risentimento, non più trattenuto, in tutta la sua tenebrosa esuberanza. Non vuole entrare nella casa. Vuole stare fuori. E’ il Padre che, di nuovo, deve uscire incontro a un figlio, anche se questo non se ne è mai andato… ma quanto è lontano anche lui! Esce e lo «prega». Letteralmente lo «consola» e lo chiama a sé come sua consolazione. La rabbia ha lasciato il figlio maggiore fuori dalla festa e solo. Ma anche la gioia del Padre non può essere piena se non è condivisa dal figlio maggiore. Come si vede, lo schema del peccato dei due figli è il medesimo; le conseguenze anche. La differenza tra loro è che il primo sa di essere peccatore, il secondo invece no.

Nella risposta del figlio maggiore emerge una serie impressionante di storture: 1) Si sente «servo», cioè uno che ha obbedito sempre come uno schiavo, non come un figlio. 2) Pensava di meritare una considerazione particolare, visto che è stato senz’altro migliore dell’altro figlio, e invece il Padre non gli ha mai dato nemmeno un capretto. Perché non l’ha chiesto? Anzi, se si fosse sentito davvero di casa, avrebbe potuto semplicemente prenderlo. Come si vede anche lui non esce da una relazione con il Padre impostata sul dare / avere, su un dare inteso come rinuncia e su un avere atteso come risarcimento. 3) La sua è una vita senza festa, senza gioia. Vita di doveri e di cupo risentimento. 4) Il Padre è ingiusto. Fa festa con il meglio che c’è per uno che ha trasgredito e che lui, a buon conto, non riconosce più come fratello («tuo figlio»).

Un Padre incompreso

Come minimo dobbiamo pensare a un Padre incompreso. Pensiamo alla sua tristezza quando deve constatare quanto sia stato frainteso anche da colui che egli pensava in comunione intima con sé. Le sue attenzioni non andavano al figlio maggiore perché credeva di averlo al suo fianco. Anzi, credeva di averlo con sé tanto nella sua preoccupazione per il figlio perduto, quanto ora nella gioia per averlo ritrovato. La cosa impressionante è che questo Padre i figli li tiene presso di sé così come sono, anche dentro queste incomprensioni umilianti.

La casa del Padre è da sempre la sua casa, e il figlio maggiore non deve sentirsi né ospite né servo. E’ figlio ed è amatissimo. E in questa casa riceve vita in pienezza. Ma ora che uno perduto è stato ritrovato «bisognava» far festa, e occorreva farla subito. Oltretutto questo che era morto ed è tornato a vivere è suo fratello!

A questo punto il racconto è sospeso, secondo uno stilema che si ritrova più volte nella bibbia. Come sarà andata a finire? Cosa avrà fatto il figlio maggiore? La domanda è rivolta al lettore: tu cosa avresti fatto, cosa faresti? Tu che sei il figlio maggiore, entrerai in quella casa? Gioirai della conversione di un peccatore? Oppure essa ti renderà triste perché sembra che ti porti via qualche cosa? Riconoscerai anche al «prodigo» di essere figlio e dunque fratello? Ma come potremo arrivare a tanto senza rivolgere ogni giorno lo sguardo grato a tutto quello che abbiamo avuto in dono? Potremo essere generosi se non riconosciamo in ogni momento che quello che abbiamo ricevuto ci è stato dato per amore e non per merito? E alla fine chiediamoci: la scelta di accogliere la chiamata e di seguire il Signore mi rende davvero felice? Oppure mi impegna continuamente nella contabilità di quello che mi costa, di ciò che ho perso, delle cose che non mi sono state date, e di tutte quelle che attendo come risarcimento e premio per non aver mai «trasgredito» tanto quanto i grandi peccatori che mi circondano?

Luca Moscatelli

Luca 15 (La gioia del Padre) – Scheda per laboratorio.docx

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Riflessioni sul tema del cibo e nuove lectio

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Il vero Dio parla e fa parlare

Il testo dell’itinerario di lettura biblica Il vero Dio parla e fa parlare tenuto presso la Comunità Pastorale san Francesco di Melzo è disponibile alla pagina Corsi Biblici

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Servire la fede di sorelle e fratelli

Basiano, piazza san Gregorio

Le DATE
venerdì 23 / 30 novembre (2012)
giovedì 21 / 28 febbraio; 7 / 14 / 21 marzo (2013)

(Fare spazio all’altro)

1.   «Ho creduto, perciò ho parlato». LA FEDE CHE FA PARLARE
2.   «La tua fede ti ha salvato». GESÙ E LA FEDE DEGLI ALTRI

(La decostruzione evangelica)

3.   GESÙ NON È SUPERMAN (la scelta di essere uomo)
4.   LA LEGGE UCCIDE (la cura per la vita)
5.   RICCHI E IDOLATRI (prodighi e in ricerca)
6.   PADRI E PADRONI (fratelli e servi)
7.   LO SPIRITO RELIGIOSO DELL’ACCUSA E DEL GIUDIZIO (la misericordia)

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Noviglio, Parrocchia santa Corinna


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